VENDETTA!
tremenda vendetta!
arriva come un fulmine a ciel sereno, fiamma che arde nei tuoi occhi, fuoco che incendia la tua mente diabolica!
voglio vendicarmi, dopo mesi e mesi, sì! ma la vendetta è un piatto che va gustato freddo, no?
è infantile, stupida come cosa, e non risolverà nulla anzi peggiorerà la situazione...ma francamente me ne infischio.
sono una bambina stronza
e questa è l'unica verità!
tutto il resto passa in secondo piano..anche l'odio che mi tirerò addosso della cagnetta a cui ruberò l'osso.
stasera, ovviamente a casa, stavolta a studiare davvero, mi sono messa d'impegno per leggere un po' di blog splinder. ne ho letto solo uno.
in questo blog ho trovato un gioco che a quanto ho capito dovrebbe trovarsi nel libro Alta Fedeltà che io, ovviamente, non ho letto.
il giochetto è apparentemente stupido, ma non lo è. e infatti mi ha messa in croce.
le regole sono: scrivere le proprie 10 canzoni preferite, senza ripetere due volte lo stesso artista.
e allora mi sono messa a spulciare tra i miei File condivisi per stilare questo elenco..vi confido che in realtà l'elenco ancora non è stilato e ci sto ancora pensando.
detto ciò, le mie (attuali) 10 canzoni preferite dovrebbero essere:
Le Vent Nous Portera - Noir Désir
La Ballata del Michè - Fabrizio de André
Revenge - Shandon
Idioteque - Radiohead
Daysleeper - REM
La Rebelìon - Macaco
Rainbow - Elisa
Dormi - Subsonica
Ultimo Amore - Vinicio Capossela
De Camino a la Vereda - Buena Vista Social Club
sta regola di non ripetere l'artista mi ha creato parecchi problemi...bah..se volete, vi passo il testimone di questo giochetto..
[non garantisco sulla veridicità di queste informazioni...d'altra parte, ricordiamoci che sono le 00.29 e a quest'ora, dopo ore passate a commentare Tasso, non sono al massimo della mia attività cerebrale...]
sixième niveau!
che poi, in italiese vuol dire SESTO LIVELLO, ovvero il livello del mio francese, secondo la tipa che oggi mi ha esaminato.
sesto su sette livelli...ma com'è possibile, dopo quattro anni di inattività? chi lo sa, chi lo sa.
io so solo che mentre le parlavo in francese mi sono troppo ma troppo fomentata...
€30.00
che poi, in alessiese vuol dire IL MIO PRIMO STIPENDIO, ovvero il prezzo delle mie prime tre ore di ripetizioni al ragazzino di cui sotto.
i miei primi soldi guadagnati.
mammamia.
a = b·tgx
che poi, sempre in alessiese, vuol dire TROPPA POCA MODESTIA e una media rovinata.
mannaggia a me...
stai a sentire i cretini come te?
sì, io sto a sentire i cretini come me. che forse tanto cretini non sono, visto che io, una cretina, non lo sono.
certe volte mi viene da piangere non per il fatto tragico in sé, ma perché il fatto rappresenta una CONDANNA PERPETUA, una specie di ERGASTOLO a cui nemmeno un'amnistia può porre fine.
perché devo piegare la mia indole riottosa agli uomini e donne di tribunale che mi hanno condannato alla mia vita in catene?
perché devo chinare il capo davanti ad un bastone che troppo spesso sferza colpi immotivati?
se non si era capito, io odio le decisioni prese arbitrariamente. le prese di posizione. odio l'assenza di ragioni. non lo tollero.
forse è colpa del fatto che frequento il liceo scientifico, ma se un'opinione non ha delle basi d'appoggio, per me non è valida. di qualsiasi ambito si parli, dalla politica alla morale alla cucina al giardinaggio. le opinioni vanno sostenute, e non congelate a priori.
è per questo che io non andrò mai d'accordo con mio padre.
come CenerentolaUn colpo di fulmine, in quel negozio. Stava lì, nascosto tra gli altri...aspettava me? L'ho osservato con un certo distacco, poi l'ho sfiorato e poi accarezzato. Dev'essere mio.
L'ho provato, e mi sono innamorata. Come Cenerentola, davanti a quello specchio mi osservavo attentamente e mi soffocavo di critiche per non cedere all'amore che nasceva dentro di me per quel vestito.
E alla fine l'ho comprato, e ora vago per casa vestita di viola e con due tacchetti ai piedi, senza curarmi del freddo, incompatibile con le spalline e la scollatura della mia nuova mise.
me&fashion
“Hai paura?”
Cédric la guardò con aria di sfida. Lei rispose con un sorriso e scosse la testa. No.
Sopra di loro, un cielo terso e sconfinato, punteggiato qua e là da qualche bianco batuffolo dispettoso. Un sole immenso.
Intorno a loro, il nulla. Silenzio interrotto da grida di gabbiani. Uno sfondo celeste da cartone animato.
Sotto di loro, la roccia. Roccia nuda e luccicante sotto lo splendore del mezzogiorno.
Sotto la roccia, il vuoto. Un vuoto alto venti metri. E poi, l’acqua. L’acqua limpida e turchese, spumosa e ribelle, fresca e accattivante.
Violante ogni tanto si sporgeva e guardava in giù. Aveva paura, certo, ma non doveva darlo a vedere. Stringeva forte la mano di lui e ostentava, ad oltranza, un sorriso malizioso.
Cédric la stuzzicava. Voleva vedere fino a che punto quel faccino impunito avrebbe saputo resistere. E più la guardava, più lei gli scioglieva il cuore, con quelle sue treccine da bambina e la fossetta sulla guancia sinistra. Lui percepiva perfettamente la paura di Violante. E per fortuna, Violante non sentiva la sua.
“Alors?”
Un'ultima frecciatina. Chissà come avrebbe risposto, stavolta.
“On y va”
Uno, due, tre.
Un grido di libertà, un salto verso il blu.
Lei era lì, nel suo letto. Non era sola.
Lei abbracciava, spingeva, ansimava, godeva, mordeva. Amava.
Lei si fondeva in quell'attimo incrociato per caso, in quella voglia improvvisa di calore e sterile affetto che tanto le mancava, da quando
lui era partito.
Lei però aveva deciso di dimenticarlo, a
lui.
Lei era stata lasciata sola da
lui lì, in quel luogo antiquato e sperduto, caldo sulla pelle ma gelido in fondo al cuore, arido e soffocante, troppo piccolo e troppo lontano dal grande mondo, quel mondo pieno di luci scintillanti e disseminato di plastiche illusioni, quell'universo incantato che aveva funzionato da calamita per
lui.
Lei si buttò sul letto ridendo, rideva fragorosamente e le sue risate convulse spezzavano la quiete di un lento frinire di cicale.
Lei placò le sue risate e si fermò a pensare: chissà cosa stava facendo,
lui.
Lui era seduto davanti al computer, la schiena curva, gli occhi fissi e stanchi.
Era distrutto. Naturale: quando sei giovane e promettente sei buono da sfruttare.
Lui l'aveva capito troppo tardi. Ormai era lì.
Quasi quasi se ne pentiva, lui. Aver lasciato il suolo natìo per la grande città era stato sì un vantaggio per la carriera, la vita sociale, l'indipendenza dalla famiglia, ma vuoi mettere i panni da stirare? la casa da lavare? l'affitto da pagare? e il lavoro - precario - che ti spreme fino all'ultima goccia in cambio di quattro spiccioli?
Ma la cosa che più pesava a lui era stare lontano da lei. Lui amava lei, lei che era per lui l'unica ragione di vita.
Lei non era felice dell'assunzione di lui.
Lui distolse l'attenzione dal pc, chiuse gli occhi, scosse la testa e si aggiustò gli occhiali sul naso. Si appoggiò allo schienale della sedia.
Lui guardò il soffitto e si fermò a pensare: chissà cosa stava facendo, lei.
scrivo per dimenticare.
io? ma quando mai?
dato lo stato d'animo bioritmicamente alterato, avrei avuto voglia di postare un brevissimo e conciso (come tutto ciò che creo) raccontino, ma ora il mio organismo sente il bisogno di ciocccccolato, o meglio cioccolatino, meglio ancora se un bel Bacio.
indipercui, se il dolce ed intenso gusto dell'altro peccato mi aiuterà, impegnerò la mia materia grigia per più di dieci minuti e vi dedicherò une petite histoire.
aaaaaaargh non ce la faccio non ce la faccio non ce la faccio, in realtà non so nemmeno cosa non riesco a fare, cosa devo fare, so solo che non ce la faaaaaaaaccio.
questo stramaledetto schermo è una calamita per i miei occhi-prisma, e se non sono seduta qui un altro polo magnetico mi attira a sé senza scampo: i residui dolciari del Natale, primo fra tutti il chilo di cioccolatini Perugina regalo di mia zia.
zia, ma perché???...
catastrofe, catastrofe! questa è la fine del mondo!
catastrofe davvero! sono le settemmezza passate e ancora non ho studiato per niente, rapita da un blog per un'oretta buona e dal pianoforte per un quarto d'ora. io amo, adoro Claude Debussy. Claude, JE T'AIME. anche se eri una busta, con la terza classe dentale e la fronte aggrottata tipo scimmia. è sconvolgente come le persone buste contengano dentro di sé qualcosa di meraviglioso. lo dice una per cui l'aspetto fisico è importantissssssimo, e che per tre anni non ha parlato con una sua compagna di classe perché era una cessa.
ehm.
giornata delle nubi stanche.
cosa vuol dire? non lo so, ma è una di quelle frasi che compongo così, di getto, tirando fuori parole a caso dalla mia testolina.
giornata all'insegna del gelo e del sudore gelato, che è una delle cose che meno sopporto. gelo sia fisico che psicologico.
oggi è lunedì e io ho lezione di sax. salgo sull'autobus dopo 29 interminabili minuti di attesa durante i quali ho incontrato il custode della mia ex scuola media. e fin qui tutto bene. l'autobus non era pienissimo ma gente ce n'era, e in un periodo in cui la misantropia sembra prendersi gioco di me, la compagnia di altre persone sull'autobus non è stata gradita. soprattutto per il fatto che quella gente occupava i posti che a me sarebbero serviti.
quindi, ricapitolando: io in piedi col sax sulle spalle stretta dalla gente.
si arriva alla fermata davanti all'istituto alberghiero, e lì è LA FINE. l'auto già colmo si riempie di bori e nazi-pischelle che tormenteranno il mio animo per i dieci minuti di viaggio successivi.
io sono in piedi vicino a dei ragazzi stranieri seduti, non so di dove fossero, albanesi? rumeni? insomma di un paese dell'est. queste nazi-pischelle, dopo il loro sfoggio di finezza (una ripetizione non proprio discreta e imbarazzata della parola STRONZA, che di per sé - secondo me - non ha nessuna valenza, ma strillata in continuazione dentro un autobus pieno di persone non è proprio una cosa carina), hanno cominciato a "fare le fighe", secondo loro, fare le stronze, secondo me. ovvero? ovvero fare dei commenti più che razzisti su quei tre ragazzi che stavano tranquillamente parlando tra di loro.
ORA. già oggi non mi prendeva proprio di andare a lezione. già non mi garba, in genere, stare in piedi in autobus con la gente ammassata. se poi "la gente" sono quattro nazi-galline urlatrici, coatte, buste, inguardabili sotto il loro trucco/stucco e che se la tirano e si sentono fighe a fare commenti razzisti, allora mi girano proprio i coglioni.
inutile dire che se avessi avuto qualche oggetto contundente sotto mano, le loro testoline avrebbero fatto CRACK.
finalmente arrivata al capolinea dell'autobus prendo la metro, mi reco, in ritardo, al luogo incriminato, e il mio insegnante mi da la bella notizia che a giugno ci sarà un saggio a cui secondo lui farei bene a suonare perché sono brava, suono bene, è una bella occasione e bla bla bla.
dopo questa allegra cronaca della mia giornata, vi confido un mio dubbio esistenziale: ma perché mia madre ha riempito la casa di cracker NON salati in superficie? di certo questo è per me un deterrente dal mangiarli, ma se un giorno ne avessi una voglia sfrenata? una crisi di astinenza??
ai posteri l'ardua sentenza.
Magnificat!
cosa dire?
una chiesa GELIDA, fastosa e illuminatissima (purtroppo per i miei occhi-prisma).
un tenore pazzoide.
mons. Frisina, come al solito, troooppo prolisso.
una chiesa STRACOLMA DI GENTE.
un successone. che bellezza.
Aspetto impaziente la fine
di questo giorno...
stasera ore 20.30 basilica di S.Maria in Ara Coeli...Magnificat di Bach.
FINALMENTE è arrivato. finalmente ci lascerà in pace questo maledetto lavorone che mi sta letteralmente tranciando l'erba da sotto i piedi.
BASTA! oggi sarà una giornata sprecata, e invece avrei bisogno di 24 ore piene da sfruttare a pieno nello studio...non ce la faccio più.
sono nervosissima, e tra due ore già dovrò uscire di casa per poi tornare quando tutto sarà finito...
se non potete venire a sentire, almeno incrociate le dita per me, perché in quella chiesa potrei lasciarci le corde vocali e il cervello.
mi sento una cretina ma non posso fare a meno di piangere quando penso alla morte. stavolta è colpa dell'Apologia di Socrate, che a breve finirà nel più buio dei miei cassetti a causa di questi nefasti pensieri che mi ispira.
io ho paura.
un altro sabato come tutti gli altri, a casa. ma forse sto meglio di tanta altra gente perché fuori fanno 0°C, e qui ho il termosifone accanto e sono talmente stanca che forse nemmeno troverei la forza di uscire (cazzata.)
sono stanca! oggi ben 4 ore di prove di coro, e non ce la faccio più, fisicamente, psicologicamente, a reggere tutto il lavoro per preparare sto maledetto Magnificat di Bach...per fortuna il concertone è domani, e da lunedì in poi le mie povere corde vocali potranno trovare un po' di sollievo.....ma neanche troppo. perché le prove ricominciano martedì.
sono stanca, distrutta. questi giorni sono particolari: sto ammettendo la mia paura del rifiuto in modo profondo e sto cercando uno stratagemma per evitarla. che poi è impossibile e deleterio, e io sono prima a dire che gli ostacoli non vanno aggirati ma affrontati.
e penso e ripenso a come fare per aprirmi al mondo fuori da me; da quando sono finite le vacanze non ho più una vita sociale, non esco, non faccio un cacchio, o studio o cazzeggio o suono e alla fine non concludo niente. persino chi si dichiara asociale ha una vita sociale più intensa della mia.
MACCHEDDEVOFA'???
cronaca di un altro sabato come tutti gli altri, appartenente ad una routine che cambierà presto, ovvero quando la prima di noi prenderà la patente.
template by ziNghy