oggi sono scoppiata in lacrime due volte, ed entrambe le volte ho pianto solo per pochi secondi. per lo stesso, stupido, irrisolubile pensiero fisso, che mi ha anche impedito di studiare.
oggi ho scoperto che la canzone del post precedente appartiene ad un cd che io ho a casa, e la mia espressione nel momento in cui dallo stereo hanno cominciato a scorrere quelle note dev'essere stata esilarante.
oggi ho scritto un tema sulle donne, le donne che sono migliori degli uomini, c'ho messo l'anima in quel tema, e poi l'ho fatto leggere ad alcuni miei compagni di classe a cui è piaciuto tanto. e a lei, l'Amica, le mie parole l'hanno commossa, e alla fine su quel foglio di brutta ha lasciato una lacrima.
oggi qualcuno mi ha dedicato una canzone, e io sono arrossita dentro.
oggi ho parlato per un'ora e mezza al telefono, un'altra ora buona l'ho passata su msn, e ho sprecato il restante pomeriggio a cercare di studiare, ad ascoltare canzoni che non sentivo da tanto e a finire, finalmente, un disegno che da troppo avevo sotto mano.
oggi è stata una giornata di quelle un po' così.
Now I have heard a hundred violins crying
And I have seen a hundred white doves flying
But nothing is as beautiful as when she believes
...in me
apro questo post con i versi che mi fanno da sottofondo da qualche giorno a questa parte, che se avrete il tempo e la pazienza di cercare su gùgol scoprirete appartenere ad una canzone sul malinconico andante.
e in effetti il mio umore attuale è proprio così, malinconico q.b. ma in fondo sereno, più sereno di qualche tempo fa, dato che qualche dubbio è stato sciolto nel migliore dei modi, e anche perché l'autunno mi fa proprio un bell'effetto e mi ci riconosco appieno, camminare con ben harper rem coldplay radiohead nella mente tra mille foglie secche e un cielo plumbeo sopra la testa e il freddo che ti entra nelle ossa.
e l'autunno, che ormai è appurato che sia la stagione ideale per una certa parte di me che infatti è uscita allo scoperto, di nuovo, più timorosa che mai. che la canzone di cui sopra nutre di speranze e di qualcosa che proprio non saprei definire con una sola parola, ma si avvicina a quello che si sente stando in piedi ad occhi chiusi nel vento, con i guanti da pianista e la sciarpa fin sopra al naso, ben piantati a terra ma con la testa oltre quelle nuvole rosate al tramonto.
per non parlare dei
colori, dell'autunno. delle foglie secche per strada e di quelle sotto casa mia che un paio hanno spodestato i due papaveri che avevo appeso sopra la mia scrivania, la scorsa primavera.
perché effettivamente l'estate è finita e i papaveri hanno fatto il loro tempo.
e questa giornata profondamente autunnale mi incatena a casa, ad un tè caldo, al foglio e alla matita. perché mi sa che i miei buoni propositi di correre tra le foglie sono svaniti in un batter di ciglia.
chiudo qui, con l'immagine dei papaveri secchi. e dello
specchio della discordia.
specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?
mi guardo in questo specchio, ché ieri non ce n'è stato il tempo, e rêverie annega il mio silenzio.
chi vedo?
una tipa con due occhi stupendi, una fossetta sulla guancia sinistra, qualche boccolo e una maglietta a righe.
mi guardo in questo specchio da vicino e da lontano.
mi guardo in questo specchio e vedo un viso deluso e un po' avvelenato.
questo specchio. perché hai scelto proprio questo specchio? cosa volevi dirmi, con questo specchio? è legato a qualcosa di me, questo specchio?
io credo di no. e allora perché?
perché hai cancellato con un colpo di spugna tutto quello che riguarda me dalla tua memoria? come sei riuscita a dimenticarti dei miei gusti? come?
cos'è successo? cos'è successo?
pochi mesi hanno demolito le certezze di anni passati a camminare nella stessa direzione? è bastato non sentirci per un po', per farmi cadere nel tuo oblio?
questo regalo non è per me. non lo sarebbe stato quattro anni fa, non lo è ora. non lo sarà mai.
e quando mi hai detto non ero sicura che ti piacessero e io ho abbozzato con tutte le mie forze un sorriso, non hai sentito freddo? non un brivido sulla tua pelle?
e ora spiegami. che cosa ci dovrei fare, ora, con questo specchio? e con quegli orecchini e quel ciondolo, così distanti dal mio modo di intendere il bello? cosa ci faccio con la tua firma sterile su quel biglietto di auguri? cosa ci faccio con quei rimasugli di amicizia con cui cerchi di costruire discorsi?
cosa ci faccio con i tuoi saluti stentati, con i tuoi sorrisi vuoti, con il tuo distacco? cosa ci faccio con i tuoi rimproveri?
ogni tuo sguardo è una pugnalata al petto. così vicine, eppure così lontane...e non posso evitare di star male, quando ti vedo così diversa da come ti conoscevo, e quando con quel tuo tono mi commenti. cercando di farlo come un'amica. quando amica non sei più.
mi sembra...impossibile.
venerdì 17 novembre. un giorno allegro e fortunato.
che passo il pomeriggio a non fare niente, col culo incollato alla solita sedia in attesa del Miracolo, che non arriva, e parto con la solita trafila di pippe mentali e angosce che mi rovinano l'umore e la digestione.
un post inutile, uguale a troppi altri. bleah.
c'era una volta una bambina con gli occhi ghiotti di cielo, i capelli crespi e ribelli, le orecchie affamate di suono e le labbra deserte di baci.
questa piccola esserina vivente attraversò e fu attraversata da migliaia di avventure e sensazioni, spiacevoli e deliziose, il cui leitmotiv era la convinzione di essere, appunto, piccola. convinzione da cui traeva tutti i vantaggi possibili ma di cui, a volte, quasi si vergognava.
poi un giorno si svegliò e si accorse che era arrivato il momento in cui questa convinzione le sarebbe stata strappata via a forza dalla legge.
e lo stesso giorno trovò accanto al suo tè e ai suoi biscotti mattutini una piccola rosa rosa mangiucchiata dagli insetti e un biglietto che annunciava un regalo davvero inaspettato.
e dopo una giornata abbastanza stancante e forse un po' deludente, la sera lesse un altro biglietto, abbinato a un regalo non inaspettato ma soprattutto desiderato. e aprì quella scatola di latta e si riempì le narici del profumo del legno di cedro. proprio come una bambina.
la bambina ora ha 18 anni e perciò è maggiorenne.
e in quanto tale può
votare
aprirsi un conto in banca
bere legalmente gli alcolici
prendere la patente di guida B
firmarsi da sola giustificazioni e permessi
essere arrestata e incarcerata
e deve
pagare tutti gli ingressi ai musei statali.
mancano ormai poche ore allo scoccare della mezzanotte.
ho ancora un po' di tempo per fare la minorenne, per sentirmi piccola e non perseguibile dalla legge, per considerare quella scheda elettorale come un inutile pezzo di carta, per sentire il bisogno di far firmare a mia madre un qualsiasi permesso, per farmi dire "sei ancora minorenne, noi abbiamo la responsabilità su di te"
la sto facendo troppo tragica forse.
è che non sono proprio preparata a diventare grande.
on n'a pas besoin de la lune
quand on est vraiment amoureux
penso che si sia capito che io il freddo non lo temo. e quindi spero che non vi risulterà strano che poco fa sono stata qualche minuto in balcone, stretta in una copertina di lana, i piedi intirizziti uno sopra all'altro.
sono uscita per far respirare la mia testolina offuscata da troppe radiazioni, e quello che ho sentito là fuori è stato stupendo.
c'era un odore di legna bruciata e di freddo e di natale, l'aria era fredda sì, e c'erano in cielo delle nuvole grandi e strane, tutte immobili tranne alcune che giocavano con la luna. la luna piena. il bello della luna è che la puoi fissare senza distruggerti la rètina. una stellina laggiù (sirio?) lampeggiante. e due aerei, uno piccolo piccolo diretto verso l'est e uno appena decollato da ciampino con la sua scia di frastuono nel silenzio della sera.
il cielo mi sembrava immenso, e quella luna così bianca e lucente. bella.
sono rimasta in adorazione per un po', con il naso in su, gli occhi ghiotti di cielo e la bocca spalancata, proprio come la bambina che tra sei giorni se ne andrà, per cedere il suo trono ad un'adulta.
november, november
it's so good to let myself surrender
forse è scontato che io lo dica
ma da quando è cominciato novembre, nonostante le diatribe familiari, lo studio e tutto il resto
io sto TROPPO BENE.
perché il meteo di questi giorni è esattamente quello a cui anelo.
fa freddo, e c'è il sole, e tira solo un filo di vento adorabile.
sono due giorni che vado e torno da scuola a piedi, ed è perfetto, camminare a passo svelto sulle foglie secche, con la mitica giacca di velluto bordeaux, gli shandon nelle orecchie, la sciarpa che mi stringe i capelli e le mani gelide, che dio solo sa dove sono finite le mie mitaines.
e non mi copro mai abbastanza, ma in realtà è il freddo sulla pelle quello che voglio, voglio i brividi e l'aria gelida nei miei polmoni.
amo questo tempo e incredibilmente amo anche i miei capelli, i miei capelli mossi che seguono il vento e mi vanno davanti agli occhi, e io adoro soffiarli via o giocarci con le dita.
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