distrarre la mente dai brutti pensieri è un modo come un altro per estraniarsi dalla realtà, ma è anche un ottimo modo per non scavarsi la fossa nella depressione e nell'autoflagellazione.
e quindi scrivo.
di Firenze.
dal quadernetto delle mie confessioni, 25 luglio 2006:
io preferisco il treno.
perché il treno viaggia sempre in linea retta.
perché il treno non fa mai tornanti.
perché in treno puoi mettere i piedi sulla poltrona.
perché in treno non ci sono le cinture.
perché in treno non mi sento male.
ed ecco che domenica 29 ottobre, di prima mattina, ora legale appena entrata in vigore, mi ritrovo a passeggiare avanti e indietro sulla banchina del binario 12 della stazione tiburtina (luogo ormai a me caro) con la musica nelle orecchie - una delle cuffie privata della sua spugnetta - le mani in tasca e la borsa blu gonfia e scolorita. i soliti piccioni che si aggirano per i binari.
il treno numero due tre zero sei delle ore sette e ventuno proveniente da roma termini diretto a firenze santa maria novella arriva e parte dal binario dodici.
salgo su una carrozza x, agguanto la prima poltrona singola e lì comincia il mio viaggio verso la
culla del rinascimento, tre ore e mezza di
macaco, dormiveglia e teoria della patente. e assurdi discorsi xenofobi di tre maledetti tusci.
firenze mi accoglie con un bel cielo nuvoloso e un po' di freddo. forse mi aspettavo un red carpet e un meteo un po' più simpatico, ma la guida è d'eccezione e va bene così.
si gira firenze, che è piccola piccola, si passa per chiese per case per piazze per ponti per giardini e poi ci si perde l'arno, che ma dove cazzo sta, e le distanze magicamente si allungano. ma intanto ho imparato che tra duomo e municipio c'è una bella differenza.
all'una e mezza, un quarto d'ora di ritardo, sono davanti alla feltrinelli. e lì si illuminano due volti e due sorrisi, e ci si stringe in un lungo abbraccio. un marciapiede di via nonmiricordo diventa lo scenario di foto stupide, di scarto di regali e di tante parole, che sono una boccata d'aria fresca dopo tanto ansimare.
poi si continua a girare, gente che viene gente che va, si fanno le cinquemmezza e tra meno di un'ora devo ripartire. santa croce al volo, poi un certo autobus verso la stazione, una signora gentile che mi indica la fermata, e una certa via mannelli buia e minacciosa, che dire che l'ho percorsa a passo svelto è dire poco.
la stazione campo di marte alle 18 è troppo affollata per essere vera, ma quando il mio treno, espresso freccia del sud milano-agrigento, si ferma al binario 8 e viene preso d'assalto da una moltitudine di tifosi palermitani esaltati dalla loro vittoria contro la fiorentina, capisco, e mi aggrego a due pacifici milanesi, spaventati quanto me da cotanto esaltamento.
il viaggio corre via tra una chiacchiera e un segnale stradale, l'amata stazione tiburtina è piena di celerini e la metro è brutta e cattiva.
varco la soglia di casa che sono a pezzi, e al telefono non ho nemmeno la forza di raccontare la giornata all'Amica.
e poi mi butto a letto. e
buonanotte fiorellino.